Pages Menu
TwitterFacebookInstagram
Categories Menu

ALFREDINO. L’Italia in fondo a un pozzo

 

Con Fabio Banfo

Regia Serena Piazza

Uno spettacolo di Effetto Morgana

Produzione Centro Teatrale MaMiMò

Alfredino_4_Foto Alessandro Villa

 Miglior spettacolo e miglior drammaturgia al Doit Festival di Roma 2017.

 

“Quello che Banfo e Piazza propongono è un ottimo spunto per riflettere sull’efficacia che il terrore  mediatico può esercitare sulle masse di spettatori annoiati, e si tratta di una storia lunga. Uno spettacolo per niente semplice che stringe il cuore, raccontato con modestia, ma soprattutto con coraggio, per  guardare, con occhi più grandi un’Italia in fondo al pozzo.”

Arianna Lomolino, Milano in scena

Lo spettacolo è il racconto della tragica vicenda del piccolo Alfredo Rampi, precipitato a 36 metri di profondità nel pozzo di Vermicino, e dei tentativi di salvarlo nelle 36 ore successive. Una storia che ha sconvolto il paese nel 1981, con la prima diretta no-stop a coprire un caso di cronaca, un evento mediatico che doveva documentare una storia a lieto fine e che alla fine si è trasformato in uno shock collettivo nazionale.

Una storia che assomiglia a mille altre storie italiane, fatta di improvvisazione, approssimazione, coraggio, cialtroneria, conflitti tra poteri, politica, vanità, avente come protagonisti macchiette, nani, acrobati, eroi, mezzibusti, politici…come se quel pozzo avesse avuto il potere di risucchiare come in un gorgo tutto il paese per poi risputarlo fuori sempre uguale a se stesso, eppure per sempre mutato.

Per molti dei commentatori dell’epoca quell’evento segnò un punto di non ritorno, una sorta di svolta. In quegli anni nasceva la Tv privata. Si realizzava quel mutamento antropologico che Pasolini (morto lo stesso anno in cui nasceva Alfredino) aveva profetizzato.

Note di regia

Lo spettacolo è pensato come un monologo per solo attore/narratore, che attraverso l’uso di oggetti e di cambi di posizione nello spazio scenico, interpreta di volta in volta tutti i personaggi della vicenda, come ad esempio il primo giornalista accorso sul posto, il venditore di panini che ha lucrato sulla folla accorsa a Vermicino, il presidente Pertini, i robot Mazinga e Goldrake, di cui Alfredino era appassionato, il vigile che per ore ha parlato con lui per cercare di rassicurarlo e infondergli speranza, descrivendogli le trivelle che scavavano un pozzo parallelo a quello in cui era caduto, e che lo terrorizzavano con le loro vibrazioni ed il loro rumore, come se fossero i suoi robot preferiti. E poi Angelo Licheri, scelto per il suo corpo minuto per calarsi in quel pozzo infernale, e che rimase 40 minuti appeso a testa in giù, a 60 metri di profondità, a tentare inutilmente di imbracare il bambino e salvarlo.

Ma ci sono anche personaggi di fantasia come due brigatisti rossi che discettano di una improbabile teoria del complotto, di un caso mediatico montato ad arte, per stornare l’attenzione dell’opinione pubblica dallo scandalo della P2, emerso solo un mese prima. Una tragicommedia insomma, che ha lo scopo di raccontare, insieme alla vicenda principale, l’Italia di quegli anni, con i suoi misteri e la sua ingenuità. Ma il personaggio centrale è Alfredino, quel bambino perduto, come fosse l’anima dell’Italia, inghiottita dal buio, perduta per sempre, per sempre incastonata in un diamante, come il blocco di ghiaccio azotato in cui fu conservato il suo corpo, prima di recuperarlo dalla tenebra in cui è venuto a mancare a noi tutti.

Note di drammaturgia

Volevo scrivere uno spettacolo sulla Storia d’Italia, ed ho finito per scrivere di una storia che sembrava contenere tutti gli elementi di cui mi interessava parlare. Una storia che in un piccolo spazio, sembra concentrare tutto ciò che di bene e di male può esprimere il nostro paese. Nello studiare questa vicenda mi ha colpito molto scoprire quanto essa sia connessa con la storia della nascita della Tv commerciale, della Tv del dolore, della spettacolarizzazione della cronaca nera, e della trasformazione della gente comune in protagonisti ed eroi del piccolo schermo. Una trasformazione antropologica che può dire e spiegare molto del mondo in cui viviamo oggi. Uno spettacolo quindi che non vuole rappresentare il dolore, ma sublimarlo, attraverso la comprensione di un fenomeno che era incomprensibile all’epoca. E che oggi appare fin troppo chiaro. Al centro di tutto c’è però un lutto. Un lutto mai elaborato. La morte atroce ed inaccettabile di un bambino. Ho cercato di trattare questa vicenda con la massima sensibilità, partendo dalla mia identificazione di bambino (sono nato nel 1975, come lui) e dall’idea che se non fosse caduto in quel pozzo, Alfredino, avrebbe fatto un cammino parallelo al mio, ascoltando la stessa musica, vivendo le stesse esperienze. Ho cercato di curare un poco il dolore con la poesia. Di riportarlo in vita, attraverso di me, con me. Era tutto quello che potevo fare per lui.

Guarda il trailer

clicca qui